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L'ITU approva gli standard DPI. Libertà a rischio?

L'ITU approva gli standard DPI. Libertà a rischio?La ITU ha approvato a Dubai, durante una conferenza a porte chiuse, l'applicazione di tecniche di DPI (Deep Packet Inspection) come strumento di governance della Rete: libertà e privacy sono ora a rischio?

"Un incontro a porte chiuse per autorizzare la censura e regolamentare il Web in modo restrittivo". Così, senza mezzi termini, Google aveva definito la conferenza tenutasi in questi giorni a Dubai da parte della ITU (International Telecommunications Union), un'associazione di provider mondiali che si è unilateralmente incaricata di assumere il controllo e la governance di Internet, senza essere mai stata investita di alcun potere da parte di organi ufficiali nazionali o internazionali.

Google Take Action

Purtroppo però quanto pronosticato dal colosso di Mountain View si è puntualmente avverato e, a porte chiuse, l'associazione ha approvato l'adozione di tecniche di DPI (Deep Packet Inspection) per l'immediato futuro. In pratica quando c'è una comunicazione via Web i dati sono "pacchettizzati" e ciascun pacchetto ha un header, ossia una specie di indirizzo che rivela dov'è diretto. Normalmente ci si limita ad analizzare questo indirizzo. Se invece, come vorrebbe fare ora l'ITU, si effettuasse un'ispezione più profonda, del pacchetto in sé, si avrebbe accesso a dati sensibili e questa ingerenza unilaterale, che avverrebbe a determinati punti di controllo come ad esempio l'ingresso dei dati in un firewall, potrebbe ledere i diritti alla privacy degli internauti.

Tra l’altro l'accordo darebbe anche la possibilità ai singoli governi di affermare il proprio diritto ad analizzare l'intero traffico Internet, incluso quello criptato. Ad ogni modo secondo il portavoce dell'ITU Toby Johnson, l'accordo servirebbe agli ISP soprattutto al fine di migliorare il servizio erogato: se il provider infatti potesse conoscere i contenuti del traffico generati sulla propria rete potrebbe decidere di dare priorità ad esempio a quello originato da utenti premium che utilizzano servizi aggiuntivi a pagamento.

Un'affermazione che preoccupa ulteriormente in realtà invece di mitigare l'allarme, in quanto introduce un principio di massimizzazione del profitto che potrebbe penalizzare gli altri abbonati, altrettanto paganti e forniti di diritti, che potrebbero veder decadere le prestazioni della propria connessione Internet solo perché magari non usufruiscono di servizi a pagamento e sarebbero quindi rei, agli occhi dei provider, di saturare la banda disponibile, che ricordiamo non è infinita, producendo in cambio introiti insufficienti. Un gruppo per i diritti civili, il CDT (Center for Democracy and Technology) in merito ha già postato sul proprio sito le principali obiezioni, si annuncia quindi a breve l’avvio di una battaglia che potrebbe anche diventare molto lunga e il cui esito è al momento sconosciuto.

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