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Obsolescenza programmata, l'UE avrebbe la soluzione

Obsolescenza programmata, l'UE avrebbe la soluzioneL'obsolescenza programmata è da sempre in contrapposizione agli interessi di noi consumatori. Le nuove linee guida dell'Unione europea fanno intravedere uno spiraglio a possibili e imminenti dispositivi di legge per contrastare questa pratica così dannosa.

Ogni sei mesi, ciclicamente, i colossi dell'elettronica lanciano nuovi terminali sempre più potenti in grado di rispondere alle nostre esigenze. Nella maggior parte dei casi, si tratta di upgrade di dispositivi già in circolazione che promettono quelle migliorie di cui oggi, ma non un anno fa, non possiamo fare a meno per vivere in maniera gratificante l'esperienza d'uso del dispositivo e sfruttare finalmente appieno il suo potenziale. Molto più spesso, i refresh sono basati su un design rinnovato o reinventato nonché sull'introduzione di nuove funzioni che l'abile marketing ci propina come indispensabili.

Obsolescenza programmata

Senza entrare nel merito tecnico che accompagna il fenomeno dell'"obsolescenza programmata", tutti noi possiamo raccontare di esperienze con dispositivi che sono andati prematuramente in pensione. Oggi ci ritroviamo ad essere pieni di gadget tecnologici che seppure funzionanti non vengono più adoperati. Chi di noi non ha nel cassetto un telefono cellulare di qualche anno fa o peggio uno smartphone di vecchia generazione che non siamo riusciti a riciclare nemmeno regalandolo a qualche attempato parente? Oppure quante stampanti ink-jet sono cadute in un lunghissimo letargo perché non è stato più facile reperire cartucce di inchiostro? E che dire degli scanner che una volta costavano un occhio della testa ed oggi non riusciamo più a collegarli ed installarli a nessun moderno computer perché i driver non sono più stati aggiornati per i moderni sistemi operativi? Ci avete mai pensato a quanta tecnologia ancora funzionante è diventata, non per nostra unica volontà, un rifiuto digitale?

Gli smartphone vivono con noi per l'intera giornata, e da qualche tempo anche la notte, rendendoci la vita più semplice, interattiva e connessa. Ma con quale frequenza ripariamo il nostro smartphone o il nostro notebook quando si danneggia? E se non è così conveniente e facile da riparare, è davvero colpa nostra?

La questione della "obsolescenza programmata" affonda le sue radici in un passato nemmeno tanto recente. Famoso è il caso della cospirazione delle lampadine che nel 1924 mise d'accordo i maggiori produttori dell'epoca sotto il nome del cartello Phoebus nel produrre lampadine con una durata massima di 1000h. Il primo ad usare il termine "obsolescenza programmata" fu l'agente immobiliare Bernard London che nel 1934 propose che gli oggetti di largo consumo dovessero essere progettati per durare un tempo limitato ed essere poi sostituiti da modelli sempre più nuovi e aggiornati. In questo modo si poteva sostenere in maniera più vigorosa la crescita economica (problema davvero enorme per l'America negli anni della grande depressione).

Obsolescenza programmata

Più di recente il caso delle cartucce di inchiostro con chip, soluzione adottata da tutti i maggiori produttori, che bloccavano la stampa anche in presenza di inchiostro residuo. Non per ultimo il caso delle batterie dell'iPod di Apple, la quale fu accusata nel 2003 di vendere i propri dispositivi dotati di batterie che duravano pochi mesi. Pochi anni dopo, Cupertino fu costretta ad accordarsi per evitare class action più dispendiose per le proprie casse.

Cosa sta causando l'obsolescenza programmata? In primo luogo c'è un fattore economico. I consumatori sono indotti a sostituire i propri dispositivi tecnologici, spendendo cifre non irrisorie, senza un reale bisogno. Non è sempre una questione tecnica, ma anche software: i dispositivi sebbene in grado di funzionare non vengono più aggiornati e/o non sono più compatibili con nuovi programmi. Inoltre, gli aggiornamenti software di sicurezza non vengono più rilasciati su dispositivi datati, il che instilla nel consumatore un senso di insicurezza che lo porta a cambiare il suo dispositivo.

Parlamento europeo

Il secondo fattore è di tipo ambientale. Con tutta questa, inutile, corsa al "nuovo" i rifiuti tecnologici (RAEE) crescono di anno in anno a ritmi vertiginosi. In Italia solo nel 2016 c'è stato un aumento del 13.75% rispetto all'anno precedente con una raccolta complessiva di 283.075.012 kg ed un dato medio pro capite di ben 4.7 kg.
 
Per rimediare a questo fenomeno sempre più in crescita l'Unione europea ha da poco approvato e varato delle "buone pratiche", invitando le aziende produttrici a progettare i loro terminali in modo da poter essere facilmente riparati e che possano avere dei cicli di vita il più lunghi possibili. Il comunicato è stato apprezzato da associazioni come la The Repair Association, Greenpace ed iFixit, le quali da tempo promuovo simili attività per sensibilizzare i produttori. Il Parlamento europeo spinge inoltre sull'adozione "volontaria" di una etichetta che identifichi la riparabilità del prodotto sull'esempio di iFixit, che stila una lista di dispositivi con uno score (da 0 a 10) a seconda del livello di riparabilità.

The Repair Association, impegnata da anni nel promuovere in USA leggi per prevenire e limitare l'obsolescenza programmata, ha positivamente accolto la volontà dell'Europa che potrebbe assumere un ruolo centrale nel catalizzare ed accelerare una spinta nel produrre soluzioni legislative adeguate e ridurre così il fenomeno della obsolescenza programmata.

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